La Delicatesse

La Delicatesse è un film francese del 2011 tratto dall’omonimo romanzo di David Foenkinos e diretto da quest’ultimo insieme al fratello Stéphane. Non è definibile da un unico genere in quanto presenta sia elementi drammatici, soprattutto nella prima parte, sia elementi propri della commedia, andando quindi a collocarsi nel mezzo.

Ci troviamo, a mio parere, di fronte a un film non facile proprio per la sua apparente semplicità e banalità, che porterebbero erroneamente a ridurlo a una “commediola”, quando invece è soltanto un film che chiede di essere seguito e ascoltato con un’attenzione maggiore e con uno sguardo predisposto. Ne è prova il finale, una sequenza perfetta e di grande poesia, che riesce a valorizzare a ritroso l’intera storia e invita a riguardare la pellicola, per adottare un punto di vista in grado di sondare più a fondo ogni scena e ogni dialogo e rivelare una poesia sottesa a tutta la storia.

Questo film sembra essere più incline a nascondere che a mostrare, come se alcuni elementi chiave giocassero a quel cache-cache a cui la stessa protagonista si abbandona nella sequenza finale. E noi spettatori siamo chiamati a prendere parte a questo “gioco”, ad assecondarne l’andamento lento e farci trasportare dalla sua atmosfera a tratti un po’ surreale.

Ci troviamo di fronte a una storia che fin dall’inizio viene narrata a bassa voce, quasi sussurrata, in linea con il titolo del film che, oltre a essere una chiave interpretativa, costituisce la modalità stessa con cui viene costruita e presentata questa pellicola: la delicatezza è presente in ogni singola inquadratura, a partire dal ritratto di spalle con cui la camera ci presenta la protagonista Nathalie – mentre scorrono ancora  i titoli di testa – assecondando la sua andatura elegante e seguendola in questo modo per tutto il film. In punta di piedi.

Oltre a essere il nucleo tematico, la delicatezza diventa principio compositivo che si estende dalle tinte monocrome degli arredi e dei costumi, ai dialoghi tra i personaggi, da un utilizzo della camera privo di virtuosismi, al minimalismo e alla pulizia delle inquadrature.

Ed è proprio in questa dimensione di quotidianità e leggerezza che irrompe prepotentemente l’evento drammatico, la morte di François – il giovane marito di Nathalie – la cui scomparsa improvvisa fa deragliare una storia d’amore e una trama che sembravano dover procedere fluidi, come l’incedere di Audrey Tautou nella sequenza iniziale del film: camminata, questa, che la porta non a caso al suo primo incontro col futuro sposo.

La morte arresta il tempo e l’esistenza di Nathalie appare d’improvviso sospesa, come se il suo cuore, anestetizzato dall’accaduto, si chiudesse e la sua vita continuasse per inerzia.

Per ritrovare la fluidità iniziale bisognerà attendere il finale, quando Nathalie – in seguito a un incontro singolare col collega Markus – sembra venire riconsegnata a quella temporalità originaria: attraverso una rinnovata scioltezza, un piano sequenza rimette in moto l’esistenza della giovane vedova, ripercorrendone prima però tutte le età, conditio sine qua non perché la sua vita possa realmente ricominciare.

Questi minuti finali sembrano avere l’intento di raccontare un lento risveglio, un ritorno a quella vita strappata con violenza al compagno di Nathalie e di conseguenza anche a lei: Markus propone a Nathalie di giocare a nascondino, come quando era piccola, e lei accetta: chiude gli occhi, inizia a contare “un, deux, trois, quatre…” e così gradualmente il suo tempo torna a scorrere.

E con la sua presenza discreta Markus assiste e rivive il passato di Nathalie; egli calpesta con delicatezza il suo dolore – invece di ignorarlo – facendosene carico e decidendo di condividerlo.

«Camminando qui calpesto il suo dolore ed è in questo luogo, nel cuore di tutte le Nathalie, che decido di nascondermi.»

La sequenza del giardino, riproponendo alcuni elementi stilistici della sequenza iniziale, sembra gettare un ponte tra due Nathalie che si riconciliano dopo aver attraversato un periodo di stallo, il cui superamento è possibile solo grazie alla presa di coscienza piena di questo dolore.

Non si tratta, però, della chiusura di un cerchio; l’inizio e la fine non sono identici e non si torna esattamente al punto di partenza, poiché qualcosa di fondamentale è cambiato: accovacciandosi nell’erba Markus attende che sia Nathalie a venire a cercarlo, che sia lei a compiere il passo successivo.

L’ultima immagine che ci viene consegnata, non a caso, ritrae il volto della protagonista mentre guarda dritto in macchina, finalmente rasserenata: questa scelta vuole forse mostrare una Nathalie nuovamente presente alla vita, riconsegnata alla realtà e pronta per andare incontro a ciò (a chi) che l’aspetta dietro quel cespuglio.

Tra l’inizio e la fine

Adesso è bene, però, fare un passo indietro, per capire come si arrivi a questo finale aperto, cosa sia successo nel mentre e come il destino abbia agito nei confronti di questa protagonista che viene ripresa diverse volte di spalle, come fosse costantemente seguita.

L’incidente mortale con cui François lascia Nathalie non viene mostrato; una mattina esce per andare a correre, mentre sua moglie rimane a casa ed è una semplice dissolvenza al bianco a riportarci a quest’ultima ancora stesa sul divano, nel momento in cui riceve la telefonata dall’ospedale: si allude in maniera generica alla dinamica dell’accaduto e questa mancanza, il fatto che non si veda l’incidente, non solo rientra in quella tendenza al nascondimento accennata all’inizio, ma concorre a enfatizzare il carattere assurdo e imprevedibile della vicenda.

La mancanza di una ragione, il carattere improvviso dell’incidente e la velocità con cui poche scene ci informano della morte di François caricano, per assenza, l’idea di un tempo e di un destino che appaiono inconoscibili e che agiranno, con la stessa oscurità, anche in seguito.

Nathalie si ritrova sola, avvolta da una casa che appare tutt’a un tratto opprimente e da cui cerca invano di scappare, trascinandosi anche per strada quell’assenza ingombrante.

Non resta molto da fare se non dedicarsi unicamente al lavoro, tornando a percorrere quel lungo corridoio che la porta all’ ufficio e che durante il film sarà attraversato da tre Nathalie diverse: prima felice, per la nuova vita che sta iniziando col suo compagno, in un secondo momento addolorata per una vita che si è consumata brutalmente e infine arrabbiata, poiché il suo capo, da sempre invaghito di lei, vuole impedire che una nuova vita, quella di Nathalie con Markus, possa cominciare.

Mentre è seduta nel suo ufficio, un primo piano ci consegna le sue mani nervose nell’atto di strappare diverse pagine del calendario; da un lato questo gesto è volto a “macinare” tutti i giorni di assenza da quell’ufficio, poiché inevitabilmente le ricordano la perdita del marito, dall’altro può essere letto anche in un’ottica diversa: è come se Nathalie tentasse di far scorrere il più velocemente possibile quel tempo che, ora, appesantito da questa mancanza, sembra non passare mai.

Un tempo che la protagonista non riconosce più, poiché contrasta profondamente con la sensazione che provava quando frequentava François:

«Con François il tempo fugge a una velocità demenziale, sembra che abbia la capacità di saltare dei giorni, di creare settimane senza giovedì. […] É questa la felicità? Quando non ci sono più giovedì?»

È ora costretta ad abituarsi a una diversa temporalità che, fortunatamente, può colmare in parte con un nuovo incarico lavorativo, dirigendo un piccolo gruppo di colleghi dei quali fa parte anche Markus Lundell, dipendente svedese che (s)compare nella prima riunione di gruppo, col suo aspetto anonimo e il suo carattere riservato e discreto. Un collega che rimarrà uno sconosciuto finchè un giorno Nathalie, vedendolo entrare nel suo ufficio per avere un chiarimento di ordine professionale, non gli andrà incontro (come se fosse in trance) e lo bacerà. Con un certo trasporto e senza alcuna ragione, lasciandolo a bocca aperta.

Se la morte di François arresta il tempo, questo bacio sembra invece dare una scossa tanto a Nathalie quanto a Markus, costringendo entrambi a fare i conti con un evento inatteso che li riporta “prepotentemente” alla realtà, svegliandoli da una sorta di torpore.

Nathalie e Markus

Da questo momento in poi assistiamo alla lenta costruzione di un legame che prende in carico due solitudini e due realtà diverse, in una serie di incontri, dialoghi e sguardi che sembrano far riattivare quella temporalità prima stagnante e quella quotidianità all’apparenza priva di sorprese.

Da una parte conosciamo Markus che, piuttosto lontano dall’immagine di uomo affascinante, sembra non avere niente da offrire a colei che lo ha baciato; dall’altra abbiamo Nathalie che, incapace di motivare la propria azione e in un primo momento quasi indispettita dall’accaduto, si affezionerà lentamente a quest’uomo, lasciandosi conquistare dal suo tatto, dal rispetto che egli dimostra nei confronti del suo dolore e dall’ascolto che le dedica.

Scoprirà lentamente il suo valore e affronterà le opposizioni di amici e colleghi che non riescono a capire come i due possano piacersi e cosa abbiano da condividere, convinti che Markus non sia alla sua altezza.

Una prima differenza che effettivamente divide i due protagonisti è la loro posizione lavorativa: Nathalie è il capo della squadra dove lavora Markus e quest’ultimo, di conseguenza, risulta essere un suo subalterno. Nonostante ciò, nessuno dei due evidenzia mai questo fatto come un problema.

La camera, invece, volutamente in contrasto con l’atteggiamento dei due protagonisti, sottolinea con ironia questa distanza anche fisica che si instaura fra i due. Emblematiche in questo senso sono le scene seguenti:

Nella figura 1 i due protagonisti, dopo essere entrati insieme nell’edificio, procedono l’uno accanto all’altro finchè non sono costretti a dividersi per ovvie ragioni: Nathalie imbocca il solito corridoio che la porterà al suo ufficio, mentre Markus è costretto a salire ancora una rampa di scale, sforzo ulteriore da affrontare per raggiungere la propria scrivania.

Nella scena 2, invece, uno split screen pone a confronto nella medesima inquadratura i due contesti e i rispettivi arredi: Nathalie è ripresa frontalmente, centrale rispetto alla scrivania come centrale è il suo ruolo di guida nel gruppo di lavoro, Markus è invece inquadrato di profilo e pare quasi essere incastrato in quegli scaffali grigi pieni di fascicoli, i cui colori sono in rima con le righe del suo maglione. A ribadire un’aderenza totale al proprio incarico e alla propria posizione (sociale e lavorativa).

Queste scelte stilistiche mirano a valorizzare, per contrasto, un legame che continua a crescere a prescindere da ogni differenza o convenzione sociale, oltre ogni aspettativa; una relazione che dà a Markus l’occasione di uscire da quella condizione di anonimato di cui era vittima, riuscendo a farsi conoscere nel profondo, attraverso piccoli gesti che conquistano progressivamente Nathalie.

In questo senso, è bene ricordare altri due momenti emblematici: la prima volta che escono insieme, Markus promette a Nathalie di non ordinare neppure il dessert, intendendo con questo che non ci sarà un dopo e che non è sua intenzione insistere. Questa frase, apparentemente insignificante, si ricollega, invece, a un’altra serata, precedente, in cui Nathalie era uscita a cena con il suo capo. Quest’ultimo, desideroso di sedurre Nathalie e convinto che ormai il lutto fosse stato elaborato, aveva insistito con le sue avances ordinando anche il dessert che lei aveva rifiutato, dicendo di voler tornare a casa.

Udendo la proposta di Markus, Nathalie intuisce di trovarsi di fronte a un uomo che appare diverso dagli altri, proprio per la sua discrezione e il suo tatto. Un uomo tutt’altro che prepotente e insensibile, incapace di servirsi di quella finta galanteria con cui il capo vuole attirare la protagonista.

Infine, un secondo momento ci porta alla festa di compleanno di una loro collega, in azienda: in seguito a una discussione, Markus porta Nathalie nel suo ufficio per darle un regalo e le chiede di non aprirlo in sua presenza.

Questa scena pare durare pochissimo, ma quando i due tornano alla festa, si accorgono che tutti se ne sono andati e che ormai è sera: forse il tempo ha improvvisamente subito quell’accelerazione “demenziale” che Nathalie aveva provato solo con François? Sembrerebbe di sì.

A casa Nathalie aprirà il sacchetto e nuovamente un primo piano ci restituirà le sue mani, non più nervose ormai, ma semplicemente curiose: avvolte nella stoffa ci sono quelle caramelle di cui aveva parlato a Markus perchè le ricordavano un periodo molto felice della sua infanzia.

Di nuovo Markus, come sottolineato per la sequenza finale, fa rivivere a Nathalie un momento della sua vita che ormai sembrava perduto per sempre, conservato solo nella sua memoria: ciò dimostra che il merito dell’incontro con questo “anonimo” collega è addirittura duplice.

La presenza di Markus non solo permette al tempo presente di tornare a scorrere, ma soprattutto fa’ in modo che quello passato non venga ignorato, bensì ripercorso, tanto nella sua gioia quanto nel suo dramma. Perchè solo da lì è possibile ripartire.


*credo si sia capito ormai: questo film mi è piaciuto non poco 🙂 e spero piaccia anche a voi se deciderete di guardarlo. Nel frattempo, per chi fosse curioso, vi lascio il link alla scena finale. Che tanto non è uno spoiler poichè, come già detto, è un finale che non chiude niente ma apre a una nuova storia. E io lo trovo bellissimo! ❤

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