Vera

Mi sono imbattuta casualmente nel cortometraggio Vera mentre esploravo la programmazione del festival Passaggi d’Autore: Intrecci Mediterranei, tenutosi (quest’anno) online dal 3 all’8 dicembre, anch’esso scoperto per caso. E meno male, aggiungo! Non appena ho scoperto che grazie a questo festival potevo finalmente guardare il cortometraggio di Edoardo Natoli Solitaire – che bramavo di vedere da Venezia 77, dove è stato presentato in occasione delle Giornate degli Autori – non ho esitato a iscrivermi sulla piattaforma. Navigando nella homepage ho scoperto di poter creare una whishlist di corti da vedere ed esaminare più volte e così ho fatto: tra questi ho scelto anche Being my mother, esordio alla regia di Jasmine Trinca con Alba Rohrwacher (anche questo presentato a Venezia), e ho selezionato anche il cortometraggio spagnolo Vera, diretto da Laura Rubirola Sala, senza assolutamente sapere di cosa parlasse. Non ho voluto vedere il trailer nè ho voluto leggere la trama e l’unica cosa che mi ha incuriosito è stato il manifesto: il volto di una donna con le cuffie. E via, ho schiacciato “play”, convintissima che il corto si svolgesse in un museo e la signora in questione stesse ascoltando un’audioguida. E invece…


Vera è una storia narrata quasi esclusivamente per immagini, dove il silenzio cede il passo soltanto alla musica di Brahms, di Vivaldi e talvolta al rumore meccanico degli aspirapolvere. Una narrazione intimistica e suggestiva, restituitaci da una camera che si muove discreta tra gli uffici di uno studio di grafici, in armonia col carattere e il modo di fare della protagonista, che con delicatezza si addentra in questo edificio per un compito ben preciso: pulirlo e ordinarlo. Sì, perchè Vera è una donna delle pulizie, la cui giornata lavorativa comincia alle dieci di sera, esattamente nello stesso istante in cui al teatro cittadino il direttore d’orchestra dà avvio a un concerto di Brahms. La locandina del manifesto riproduce l’immagine della cassetta che Vera ha in tasca, pronta ad abbandonarsi alla musica durante le ore lavorative. In tale direzione un montaggio parallelo ci mostra pochi gesti essenziali volti a mettere in comunicazione i musicisti e la protagonista, come fossero sincronizzati e pronti a guidarci nel cuore della storia: in una sorta di “identificazione” tra le due figure, lo spartito viene sistemato sul leggio mentre la cassetta viene inserita nel lettore portatile, il direttore alza il braccio per dare il via all’orchestra, seguito da Vera che indossa le cuffie e preme il tasto play. Il concerto ha inizio, sul palco e nelle orecchie della protagonista, e così prende avvio la storia.

Gli archi accompagnano le donne delle pulizie nei loro spostamenti lenti, cadenzati dall’uso dell’aspirapolvere o dei piumini, limitati dallo spazio ristretto degli uffici. La cinecamera segue questi corpi – sempre con una discrezione che ben si addice alla dimensione silenziosa, quasi misteriosa, in cui ci troviamo – per poi concentrarsi unicamente su Vera: un primo piano, reinquadrato dal vetro di una finestra interna, incornicia il suo volto mentre viene progressivamente coperto dalla tapparella che scende. Una tapparella-sipario che conclude sia il turno di Vera che il concerto.

La sequenza successiva si apre su un nuovo turno lavorativo e in questo modo vengono strutturati i successivi microepisodi che compongono questo (stupendo) cortometaggio, organizzando i primi minuti della narrazione all’insegna di una ripetitività di azioni, come se il direttore d’orchestra, con l’inizio del concerto, avesse dato il via alle danze. Una coreografia particolare, quella in questione, che prevede una certa “ritualità” dettata dal lavoro ripetitivo di queste donne. Le luci dell’ufficio vengono accese una dopo l’altra, in modulo, e così ricomincia una nuova “giornata” lavorativa.

Ogni turno sembrerebbe destinato a ripetersi come i precedenti, se non fosse che, una sera, Vera, nel pulire il solito ufficio, trova vicino alla moquette un gemello e sceglie di posarlo bene in vista vicino alla lampada sulla scrivania. L’indomani, al posto del gemello, trova un biglietto – “Gracias” – e questo post-it sancisce l’inizio timido di una conoscenza “clandestina” che, di sera in sera, cresce lentamente. Una conoscenza dove la presenza dell’uno sembra escludere quella dell’altra o dove l’assenza dell’uno diventa conditio sine qua non per la presenza dell’altra; come se Vera e questo misterioso signore fossero la luna e il sole, impossibilitati a incontrarsi perchè padroni di due dimensioni opposte e parallele. Lì dove l’uno finisce, l’altro comincia e viceversa, e la loro “eclisse” avverrà forse solo alla fine.

Ogni sera, unitamente alle pulizie, Vera comincia a soddisfare la curiosità crescente, soffermandosi con più attenzione su alcuni dettagli dell’ufficio – le tavole di disegno appese alle pareti, la sua musica – e ricostruendo, attraverso l’immaginazione, il viso di tale uomo, Miguel Sala (scopre il nome aprendo “accidentalmente” un album di disegni). Spolverando e leggendo le sue letture, indossando i suoi occhiali e sedendosi sulla sua poltrona. Sempre cullata dalla musica, si abbandona alle linee della seduta che sembrano accogliere il suo corpo, mimando un abbraccio irrealizzabile vista l’impossibilità di incontro tra i due individui.

Vediamo il volto di Vera, sempre incorniciato da diversi primi piani, accendersi progressivamente di un sorriso dolce e a un tempo vivace, come se il suo animo – da quell’iniziale serenità che pareva sufficiente per adempiere al proprio lavoro con la sola compagnia della musica – venisse ora stuzzicato e risvegliato da un “appuntamento” che si rinnova a ogni turno lavorativo. Come se il puntuale incontro con quell’assenza, evocata in maniera indiretta, fosse in grado di donarle un senso di gioia, di aspettativa e di attesa. Questa lenta frequentazione sui generis, infatti, non si sviluppa in maniera unidirezionale; sebbene la dimensione visiva sia dominata dalla presenza silenziosa di Vera, il suo non è un monologo che rimane inascoltato. Miguel Sala risponde, la corteggia a modo suo, anch’egli attraverso piccoli gesti che sembrano volti a regalare ogni volta degli indizi sulla sua persona. Una vecchia foto di gruppo in cui è presente anche lui, due biglietti e una bottiglia di vino per ringraziarla del suo lavoro e della sua premura: una serie di inviti muti che cercano di trovare vie alternative per esprimersi e arrivare al destinatario, tentando di congiungere le due realtà parallele cui appartengono questi individui.

Emblematica, in questo senso, è una scena che si serve di una finestra interna per accostare e, a un tempo, sottolineare la distanza (irriducibile?) tra i due: mentre Vera indossa gli occhiali di Miguel, il suo sguardo è richiamato dall’appendiabiti dove lui ha lasciato il cappello e il cappotto. In un’unica inquadratura – il viso di Vera in primo piano è sfocato a favore di una focalizzazione sull’appendiabiti – vengono accostati il volto della protagonista e la sagoma di Miguel, appena illuminata, generata dall’unione delle linee dei vestiti. Si delinea una sorta di silhouette, ritagliata su un corpo assente e ricostruita dall’immaginazione di Vera sera dopo sera, ricomponendo in un puzzle evanescente tutti gli elementi disseminati per lo studio. Per la protagonista, però, questa sagoma assume uno spessore tale da indurla, un giorno, ad arrivare prima dell’orario solito – le 22.00 – per incontrare Miguel. O forse solo per guardarlo di persona, per cercarlo, per vedere se la sagoma immaginata possa combaciare con l’uomo in carne e ossa cui dovrebbe appartenere. Seduta sulla panchina aspetta, escono alcune persone e sebbene la camera non si focalizzi esclusivamente su un uomo in particolare, intuiamo – da una serie di soggettive – che, forse, gli occhi di Vera hanno intercettato una possibile somiglianza. Nulla accade però e nella sequenza successiva scorgiamo Vera aprire la porta dell’ufficio vuoto – ogni traccia di sorriso si spegne – dove un ultimo biglietto è posato vicino alla lampada, ad adornare la stanza ormai completamente spoglia. Il messaggio riportato dice: “La primavera è sempre stata la mia stagione preferita”.

Uno stacco e seguiamo Vera in quello che dovrebbe essere probabilmente un ritorno a casa: sta per salire sulla macchina dell’amica che solitamente le dà un passaggio, ma il finestrino rivela, restituendone il riflesso, un nuovo manifesto: Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi. Quella sera, al teatro cittadino.

Vera rifiuta il passaggio ed entra: attraversa una porta girevole i cui vetri sfaccettano l’inquadratura sfumando i contorni della protagonista – un simile effetto lo potevamo vedere già all’inizio del cortometraggio – e trascinandola all’interno del teatro, come se venisse trasportata in un’altra dimensione. Si fa strada tra il pubblico per raggiungere il proprio posto, si siede e mentre si sistema, il suo occhio viene attratto da un dettaglio. Un primo piano inquadra un gemello, identico a quello che aveva trovato nell’ufficio, e Vera non può fare a meno di guardare con la coda dell’occhio, e con un certo turbamento, l’uomo cui appartiene quel gemello e che le siede accanto.

Totalmente riprese di spalle, vediamo le schiene in ombra di Vera e di un uomo (Miguel?). L’inquadratura accosta le loro sagome, e potremmo azzardare dicendo che forse entrambi, in quel momento, vengono percorsi da un fremito, un sorta di sesto senso o di scintilla. I due volti non si incontrano, la regista preferisce lasciare questa congiunzione così, appena accennata, fugace – come fossimo all’inizio di un’eclissi dove le sagome del sole e della luna cominciano appena a sfiorarsi – e la camera torna sul volto di Vera, dove si dipinge ora un sorriso di soddisfazione.

Al via la musica. Stacco al nero.

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