Reflejo

Come vi ho anticipato sul nostro account Instagram, ho scelto di dedicare un articolo – una riflessione – al cortometraggio d’animazione Reflejo (2020), scritto e diretto dal regista Juan Carlos Mostaza e scoperto dalla sottoscritta, in occasione dello Shorts International Film Festival, tenutosi in presenza (a Trieste) e, contemporaneamente, online (sulla piattaforma MYmovies), dal 1 al 10 luglio.

Comincio col ribadire quanto avevo scritto per il #monthlytip: quest’opera mi ha colpita per l’efficacia e la sintesi visiva con cui riesce a veicolare un messaggio importante, forte e non facile, in maniera altrettanto forte, decisa e puntuale; sfruttando le potenzialità dell’animazione e convertendo i “limiti” propri della forma cortometraggio – come il minutaggio ridotto – in una possibilità ulteriore per rappresentare, con esattezza e delicatezza, una problematica impegnativa, quale i disturbi alimentari nei giovani.

Analisi

Una serie di scatole di cartone costituisce l’ambientazione di questa storia; un assemblaggio di compartimenti le cui pareti, nel corso della narrazione, divengono metafora dei limiti fisici e psicologici della giovane Clara e del disagio che questa si trova ad affrontare, inizialmente da sola. Tali confini cartonati sembrano restituire, a un tempo, la dimensione claustrofobica – la sinossi parla proprio di un “buco” – nella quale la giovane protagonista continua a precipitare (senza che gli altri se ne accorgono) e, insieme, la visione che questa ragazzina ha di se stessa: una visione, cioè, distorta, limitata ed errata.

In questo labirinto, un microcosmo all’apparenza tranquillo e familiare, formato dai luoghi frequentati quotidianamente da un’adolescente – come la sala da pranzo, la cameretta, la palestra scolastica – si addentra e serpeggia, con fluidità, la cinecamera, portando con sè quel malessere latente, destinato a impossessarsi del corpo e della mente della piccola Clara. Giovane protagonista che osserva ripetutamente il proprio riflesso, prende nota delle proprie curve e si convince di coincidere unicamente con quella figura, con quell’immagine (distorta) del suo essere.


Tale coincidenza diventa presto inaccettabile, non solo per una questione estetica – dal momento che il fisico di Clara non è allineato ai canoni estetici che ancora oggi imperversano, nonostante la pioggia di hashtag all’insegna della bodypositivity – ma anche perchè il corpo di Clara appare incompatibile con un’idea di atletismo e agilità, richieste nell’ora di ginnastica. Il risultato è un senso di inadeguatezza fastidioso e crescente, appicciccoso, avvertibile a pelle e trasmesso con efficacia dagli occhi di Clara che, sebbene siano incastonati in volti di bambola, si dimostrano altamente espressivi e lucidi. Saranno questi gli specchi autentici (quelli della madre, ma anche della migliore amica) in cui Clara dovrà ri-specchiarsi, per comprendere e vedere quanto sta perdendo, quanto di lei sta dissolvendosi e scegliere, così, di reagire e riappropiarsi della propria persona.

Nel frattempo, prima che avvenga questa reazione, la giovane protagonista è chiamata a fronteggiare se stessa e tutto ciò che attorno a lei la fa sentire sbagliata e fuoriluogo: in quest’ottica, la palestra diviene un sito simbolico in cui il corpo di Clara è maggiormente esposto e mostrato nella sua “incapacità” e “inefficienza”; in contrasto con la performance atletica delle compagne che la circondano, vestite e pettinate tutte uguali. Soldatini perfetti e inquietanti disposti in fila e pronti ad accerchiarla, proprio nel momento in cui Clara ha già perso ogni potere su se stessa e non è più padrona del proprio corpo. Mi riferisco in particolare a una sequenza di forte impatto, attraverso cui il regista riesce a ricreare bene quel punto di non ritorno, quell’istante terribile e definitivo in cui il fondo viene toccato e, a partire dal quale, o si risale o non si torna più indietro.

Siamo ancora nella palestra e Clara, dopo aver provato a fare dell’esercizio fisico a casa – rifiutando progressivamente il cibo e la compagnia della sua migliore amica – si fa coraggio e prende la rincorsa per saltare la cavallina. Sembra farcela, sembra riuscire a scavalcare l’ostacolo, ma, in realtà, atterra in un punto che le sbatte nuovamente in faccia il suo problema e il suo disagio: la bilancia, oggetto maledetto che inizia a muoversi all’impazzata, come se dovesse esplodere da un momento all’altro. Fuori controllo, la bilancia non segna più il vero peso di Clara e rispecchia la condizione altrettanto fuori controllo della ragazzina, che – la camera lo svelerà di lì a poco – a digiuno da tempo, è diventata ormai anoressica. Non solo: per marcare in maniera ancor più drammatica tale passaggio, il regista, facendo vorticare la cinecamera, sembra inscenare una sorta di “danza macabra”, volta a cingere Clara in una stretta mortifera. È grazie a questo espediente che le presunte “compagne di scuola” si rivelano finalmente per quello che sono: demoni interiori, ossessioni perturbanti che, incalzando e avvicinandosi sempre di più, traducono visivamente l’abisso in cui la ragazzina sta precipitando, trascinata dalle proprire fissazioni e dall’isolamento in cui è finita. Infatti, fino a questo momento, abbiamo visto Clara isolarsi progressivamente per concentrarsi unicamente sul proprio fisico, emotivamente lontana dagli affetti che, pure, ci sono, ma vengono ritratti come fossero lontani, distratti, occupati a fare altro e, quindi, incapaci di accorgersi della sua condizione.

Segue, a questo momento di forte tensione, la rivelazione di quanto sopra anticipato: ancora circondata dalle teste scure delle ragazzine, Clara è ora a terra. La riconosciamo dal caschetto e dagli abiti, ma, per il resto, il suo corpo scheletrico è di un livore fino ad allora non visibile; gli occhi sono spenti, hanno perso lucentezza e l’espressione dolce di una volta è stata lavata via e rimpiazzata da uno sguardo vuoto e impaurito, smarrito e inconsapevole di ciò che le sta succedendo.

Finalmente Juan Carlos Mostaza ci mostra cosa sta realmente accadendo: fino a questo punto, noi spettatori avevamo adottato unicamente la prospettiva di Clara, identificandoci col suo sguardo e guardando la storia con la sua stessa percezione distorta. Ora, però, il fondo è stato ampiamente toccato e graffiato e noi spettatori possiamo liberarci degli occhi della protagonista, per appropriarci di un altro punto di vista, quello delle persone che circondano la ragazzina: affetti sinceri che, tuttavia, non sono stati in grado di intervenire in tempo per frenare questa caduta. Da questo momento in poi, Clara comincia una terapia di gruppo a cui si reca insieme ai genitori e ad altri ragazzi con le stesse problematiche: la scelta di mostrarci i coetanei di Clara, con gli occhi completamente bianchi, risulta significativa e potente, poichè traduce concretamente il vuoto che si è impossessato di questi giovani corpi e la gravità della loro condizione, ponendo l’accento sullo sguardo: vero protagonista del cortometraggio. In seguito a un digiuno forzato e ripetuto, gli occhi sono i primi a spegnersi, lo sguardo il primo a divenire assente e a prosciugarsi, lasciando una patina opaca e presagendo un solo destino: la morte.

La guarigione di Clara non sarà facile, nè tantomeno automatica o veloce, poichè – sembra suggerirci il regista – il primo passo è acquisire una reale consapevolezza del pericolo in cui si è finiti e del destino tragico che attende queste giovani vite, se non si interviene per arrestarlo. A ciò si aggiunge, come sopra sottolineato, il cambiamento radicale e necessario della prospettiva, a partire dalla quale tornare a guardarsi. Bisogna cioè accogliere e “prendere in prestito” gli occhi di tutte quelle persone, che rivolgono a noi uno sguardo carico di amore e cura (in questo caso è sottolineato quello della madre e dell’amica), per usarli su noi stessi. Solo così si può pensare di tornare a guardare quel riflesso con un amore pari e superiore, e solo così si può sperare di arrestare un processo di annullamento, che sembra irreversibile. Dopo i primi tentativi, Clara sembra non riuscire ancora a mangiare; tuttavia, quando all’ennesimo appuntamento con gli altri ragazzi, si scontra con la (spaventosa) assenza di uno di loro – un ragazzo che non è riuscito a disfarsi di quello sguardo ingannatore e che ne è stato fagocitato – qualcosa in lei finalmente torna ad accendersi, a sussultare, a respirare.

Posta di fronte a un abisso ancora più oscuro di quello già affrontato in ospedale, un abisso dal quale non si ritorna, Clara comprende che un uguale destino l’attende, se non riesce a reagire e, così, muove i primi, lenti, ma fondamentali passi verso la guarigione, verso la vita. E ricomincia pian piano a mangiare, vegliata dagli sguardi apprensivi e, a un tempo, fiduciosi dei genitori.

Nuovamente amata e innamorata di se stessa, Clara (ben dieci anni dopo) può finalmente guardarsi allo specchio e sorridere teneramente a quel “reflejo” (alla sè bambina) che le ricambia il sorriso e, in silenzio, la ringrazia per avercela fatta e non essersi arresa.


Spero riusciate a incrociare questo piccolo capolavoro (già pluripremiato) nella programmazione di qualche altro festival, perchè a mio parere merita davvero di essere guardato. Sia per la tematica trattata – che non ha età – sia per lo stile e le scelte artistiche adottate, che lo rendono un lavoro davvero ben fatto.

*le immagini presenti sono tutti screenshot fatti dalla sottoscritta durante la visione del corto e utilizzati unicamente per scrivere questo articolo. L’immagine di copertina è il manifesto dell’opera.*

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