A mia sorella ❤
“I felt as soft as a summer day, all bloom and scent, all joy of being.”
Anaïs Nin
“Indugia il meriggio estivo”: recita così una rivista di arredamento che mia madre puntualmente dispone sul tavolo del soggiorno quando arriva la stagione estiva, mentre alleggerisce con pennellate di tessuti chiari e decori ultra light l’arredo della casa. Avrei voluto essere io l’autrice di questa semplice frase poichè credo sia estremamente efficace nell’esprimere – con una sintesi che, come voi tutti sapete, continuo a invidiare – la sospensione cui va incontro il tempo nei mesi estivi. Un caldo e umido incantesimo sembra far sciogliere le lancette di sveglie e orologi: i quadranti e gli schermi si ritrovano gocciolanti quanto noi e le ore cominciano a dilatarsi raggiungendo un’estensione che ha qualcosa di magico.

Estate: stagione della possibilità, della potenzialità. Mesi caratterizzati da un tempo diluito, come se venisse immerso in un serie di vasetti ben ordinati in fila e svuotati delle marmellate consumate durante l’inverno, per essere riempiti di tutti i liquidi tipici di questa stagione: l’acqua salata del mare, il sudore che sfreccia gocce a gocce sulla schiena, i succhi di frutta che beviamo in attesa che passi il pomeriggio, il latte freddo la mattina, appena preso dal frigo, la limonata che tutti i bambini di un certo cinema americano si ritrovano a vendere in chioschetti improvvisati, la via lattea che puntualmente gocciola intorno al dieci agosto, la sostanza untuosa delle creme solari che – almeno questa estate – hanno salvato la mia pelle e ancora le gocce pesanti e prepotenti dei temporali estivi e il sangue che le zanzare bramano succhiarci da ogni parte del corpo. Come dicevo – nel frattempo mi sono persa, perchè forse anche io ho intinto troppo il pennino e la scrittura si è sciolta sbrodolando sulla pagina – ecco una fila di contenitori in cui il tempo viene intinto e ben diluito, così da sfumare i contorni netti dei minuti e dei secondi, impregnare le pagine dei calendari e immergerci tutti in una letargia pigra e umidiccia per almeno novanta lunghi bizzarri giorni.
A questo punto, vi starete sicuramente chiedendo: è forse questo l’ennesimo articolo sull’estate e su tutte le bellezze che nasconde sotto strati di sudore e pruriti infiniti? Ebbene sì, è l’ennesimo articolo che celebra la stagione estiva e di cui nessuno ha forse davvero bisogno (se non io), ma poichè l’estate mi innietta un misto di euforia e adrenalina inarrestabile, non ho potuto resistere al suo energico e frizzante richiamo. Piuttosto, se proprio volete trovare un responsabile per tutto questo – e con “questo” intendo l’amore zuccheroso nei confronti di un periodo in cui, sostanzialmente, non fai altro che sudare e grattarti – cercatelo nel web e, in particolare, nelle foto di pic nic, bagni estivi (indifferenti a meduse, batteri e bestie esotiche letali), escursioni in montagna, passeggiate eterne, muscoli indolenziti, drink giganti dagli ingredenti sconosciuti ai più (cioè a me), beach party o più modesti “lake party” (ovvero i miei), letture all’aperto (con tanto di ali che ti svolazzano nelle orecchie mentre preghi sia solo un moscerino), concerti e biciclettate su asfalti bollenti e deserti….o in tutte quelle citazioni di altri scrittori/scrittrici che hanno speso parole ben più profonde delle mie sulla stagione estiva: per esempio quelle frasi-saette, precise come coltelli, che riportano la firma di un caschetto stiloso e di una figura eterea, quale quella di Joan Didion.

Ebbene sì, il suo articolo “American Summer” (che potete trovare su Vogue Archive) è forse il primo indagato da mettere sotto accusa, poichè mi ha ispirata e invogliata a scrivere di mio pugno un pezzo su questo periodo salato e ardente, che tanto amo per il suo carattere di sospensione e transitorietà. E perchè, molto banalmente, posso stare all’aperto senza che le estremità del mio corpo diventino viola e posso rosolare al sole finchè un leggero olezzo di bruciato inizia a venir su dalla mia (cadaverica) pelle!

In queste giornate silenziose e deserte, le ore fluttuano pigramente dall’alba al tramonto, i minuti si sventolano sbadigliando insieme a noi, poichè è davvero troppo afoso perchè anche loro si mettano a correre, mentre i secondi si buttano a manciate sulle amache in giardino e lì rimangono (qualcuno evapora per sempre e non lo recuperermo mai più), incuranti che la vita vada comunque avanti o forse, al contrario, così attenti alla vita da invitarla caldamente (ops!) a un cambio di ritmo: un arresto momentaneo, un letargo di diverso tipo che profuma di attesa e sana indolenza.
In estate tutto è possibile e, tuttavia, alla maggior parte di noi nulla accade davvero e l’autunno ritorna senza bisogno di abituarsi a chissà quali stravolgimenti…ma forse il punto è che questo “possibile” viene troppo spesso frainteso con l’idea distorta e fuorviante di un evento eccezionale, folgorante appunto come una stella cadente. E se invece questo “possibile” non fosse altro che la somma di tutti gli istanti soffocati durante l’inverno dalle innumerevoli attività che pure amiamo fare, ma che impediscono di fermarci? Se il possibile non fosse il miracoloso, ma l’ordinario, di cui possiamo assaporare qualche goccia in più, proprio perchè in estate siamo costretti a fermarci e immergerci in settimane liquide, in cui dobbiamo galleggiare prendendo confidenza con il ritmo della sosta e con il suo andamento quasi irreale? Imparare a muoverci assecondando il moto del mare che, anche quando appare calmo, continua a cambiare e a rigenerarsi?

Non sto decantando l’idea di una sosta stagnante, infatti, ma di un riposo dolce che, senza divenire per forza funzionale a qualcosa, rimane tuttavita fruttoso, capace di consegnarci un regalo che ha le fattezze del silenzio, della quiete e dell’assenza. Galleggiare per novanta lunghi umidi giorni, cogliendo le onde se vengono, ma non cercandole affannosamente e magari riscoprendo piccolissime parti di noi, infinitesimali particelle caratteriali che, congelate di inverno, possono finalmente sciogliersi ora, rivelando le nostre sfaccettature e la nostra natura prismatica, che si palesa solo quando viene solleticata dal sole bollente dell’estate. Una stagione nata per passare, per transitare, per riportarci poi a riva e da lì, custodi di conchiglie, sabbia e qualcosa di più, spingerci gentilmente sulla terra ferma per riprendere a camminare (o correre) come sappiamo fare.
Con questo pensiero un po’ languido e romantico, vi auguro di trascorrere e concludere questa estate nel migliore dei modi possibili, che siate a casa o in giro per il mondo, che siate fermi o meno – perchè purtroppo non tutti possono permettersi di “indugiare” come vorrebbero, in questa stagione – che preferiate appisolarvi all’ombra o, come me, rosolare al sole!
(Vi lascio, gettate qua e là a mo’ di ancore di salvezza dalla mia scrittura confusa, alcune cartoline della mia estate! Aggrappatevi bene, mi raccomando 🙂 )
Qui di seguito condivido il link a un video delizioso realizzato dalla rivista Kinfolk. Buona estate!
“Summer days were just a magazine, a magazine / A magazine…” (Gregory Alan Isakov)
*Tutte le immagini sono state scattate e composte dalla sottoscritta con Canva*

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